cogito ergo ad-sum

 

 

post scriptum 

 

 

 

Non starò ad insistere sulla forma irritale di questo lavoro. Al di là dei canoni tradizionali di una scienza consolidata, c’è ancora spazio per il pensiero oppure no? Credo che il lavoro culturale (ed in esso anche quello teologico) si collochi sempre su questo crinale o confine o limes che dir si voglia.

 

Il limes non è l’handicap. In quanto la conoscenza o lo spazio della ragione si allarghi (come ama dire Benedetto XVI°) il limes viene spostato un po’ più in là. Come non avvertire un senso di soffocamento rispetto a questo orizzonte? Come la cosiddetta totalità non è un delirio o un naufragio della ragione? Come non sbocca nel fallimento della negatività? L’ex-itus mistico [via di fuga] è pur sempre una tentazione [insidia] in agguato, ad ogni passo della razionalità. “ … Io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno” (cf Gn 3, 15).

 

È una questione niente meno che mondiale e storica. Cani da guardia della quaestio sono la metafisica classica e lo spiritualismo delle grandi civilizzazioni orientali.

 

Tutte le dialettiche (indifferentemente positive o negative), non meno della dissoluzione mistica (nichilismo) stanno a testimoniare della risoluzione irresoluta delle culture. Nessun decisionismo potrebbe essere al riguardo risolutivo. Questa irresoluzione è cifra della vanità endemica (cf Qoelet) che attraversa tutta la storia della ratio. Non si tratta di limite strutturale, ma di errore in corso (come si dice: il corso della storia). Al riguardo Freud ebbe a parlare del disagio della civiltà.

 

Il disagio di un limes vissuto come limes soffocante [condanna/prigione], in direzione di una irraggiungibile verità, al di là di tutto. LA TRASCENDENZA è l’anima melanconica di qualunque roccioso eros. Non serve disquisire se questo eros sia filosofico o meno. Trattasi pur sempre di theorein patogeno. Il theorein serve solo a giustificarne ideologicamente la sussistenza [" eros/amour-passion]. È una difesa d’ufficio del fallimento. Questo anelito ad un qualunque paradise lost è la ordinaria copertura di un rinnegamento intervenuto nel rapporto, ovvero danneggiamento della ratio. È un non irrimediabile carattere della natura lapsa. (cf Denis de Rougemont, L’amore e l’Occidentevedi anche balthasar, hans urs von, Il cristiano e l’angoscia, Alba, 1964).

 

Il limes, invece, riscattato da queste visioni deliranti, è

 

“ … nessuna imperfezione, anzi… . Il limite indica una delle perfezioni umane, indica il posto occupato dall’uomo in un rapporto. L’uomo, in quanto occupi un posto nel rapporto, è a posto. Si potrebbe dire, evangelicamente, che non è un dis-occupato[1]. Ha un posto di lavoro. Si tratta di partnership per il guadagno. È in affari con Dio. Il significato definitivamente ultimo degli affari, … sono affari amorosi. Business is business. È proprio vero che non si può estrarre/astrarre l’amore dall’economia. Quella economia perduta per cui, giustamente, la ratio umana è ferita, … ma non irrimediabilmente. Il peccato intercorso si documenta clamorosamente in una ratio dis-economica, faticosa, in difficoltà, come il sudore della fronte[2] di genesiaca memoria, alla ora di guadagnare la realtà. Si tratta di inibizione, indice della quale è il desiderio come vuoto/mancanza, inteso come correlativo dell’oggetto irrimediabilmente irraggiungibile/perduto. In altri contesti si parla di ir-razionalità. La dis-economia è la porta aperta a qualunque delitto, assassinio compreso[3]. La pace è solo nell’economia. Il rapporto è solo nell’economia[4]”.

 

Se volessimo essere conseguenti, dovremmo dire che Dio, almeno quello che si è dato a conoscere in Gesù Cristo, incipit eternamente e metodologicamente con il limite (balthasarianamente " Kenose), ponendo posti diversi (generazione).

 

[L’alternativa al limes è l’Uno, come quella notte di luna nuova in cui tutte le vacche sono nere. Il buco nero metafisico dove tutto viene riassorbito e risolto (dissolto, sciolto come nell’acido)].

 

Nel limes positivamente posto sta la costituzione (" giuridica) di qualunque normalità. Nequit rimontare da questa normalità.

 

In questo senso, la filosofia in quanto anti-giuridica è un errore, contiene un rinnegamento.

 

Il delirio, non solo filosofico, è quello di una stupida[5], ovvero anti-giuridica volontà di potenza che intenderebbe trascendere il limite, abolendo la relazione, l’altro come fonte originale di misteriosa [" non causata] iniziativa, in direzione di una perversa unificazione, laddove sono aboliti i soggetti e il nulla (Uno-monismo) regna sovrano. E proprio vero che amore & morte vanno a braccetto.

 

Invece, felicemente, provvidenzialmente, ragionevolmente il limite è in trascendibile. Questa è l’unica pre-potenza logicamente attribuibile a Chi inizia, il Padre. In humanis si chiama ex-citazione, iniziativa esogena non dipendente dal soggetto nel suo darsi, ma implicante il soggetto in una positiva ricezione [" cogito ergo adsum].

 

L’orizzonte non viene stabilito da un nostro limes, ma da uno sconfinamento dell’altro nel nostro territorio. Si può ben dire che l’altro è sconfinato nel nostro limes. Può essere realmente nostro solo ciò che ci raggiunge, sottoponendosi al nostro giudizio di merito. Il limes è il luogo del giudizio, ovvero dell’incontro con l’altro.

 

Vorrei insistere sulle ragioni di merito.

 

Il pensiero freudiano, mediato dal lavoro e dalle significative correzioni apportate da Giacomo B. Contri, ho creduto costituire una serie di pro-vocazioni che valesse la pena raccogliere, in ordine allo sviluppo di una razionalità più adeguata, e quindi di una teologia congruente. L’approccio non è psicologico, ma meta-psicologico, con il che ci collochiamo al livello di una gnoseologia radicale, ovvero del pensiero come tale. Il pensiero non è un a priori, ma si costituisce nella  ex-citazione.

 

Non è infrequente che la produzione teologica si sia occupata del pensiero freudiano. L’impressione, in generale, resta quella di un uso erratico o parziale di questo pensiero, come materiale utilizzabile nei suoi contenuti o simboli ma senza un reale paragone con la logica freudiana. Come ebbe a dire von Balthasar di Mastro Eckhart[6]. Egli è un caso, non unico nella storia[7] … Non essendo una originale potenza filosofica come il confratello Tommaso, non gli resta che ricorrere all’immenso arsenale dei filosofemi che affluiscono a lui dal passato – platonici, aristotelici, arabi, patristici, tomistici – come i cristiani di Roma ricorsero ai templi smantellati della loro città: come macerie da costruzione.

 

In alcuni casi l’uso sommario della psicoanalisi ha dato esiti contraddittori al punto da irretire la teologia in una prospettiva psicopatologica, senza neanche rendersene conto.

 

Questa possibilità di errore non interessa semplicemente un uso ingenuo fatto del pensiero di Freud o dei suoi  seguaci, ma riguarda il pensiero come tale, compreso quello teologico.

 

Resta in sospeso se la ratio sia ascrivibile ad un orizzonte meramente filosofico o se sia la prerogativa del soggetto umano come tale, trascendente ogni specialismo filosofico o di qualunque altro genere. In questo caso la ratio deve poter giudicare di qualunque apporto la Kultur voglia fornire. Non è tale Kultur a trascendere il concreto soggetto, ma viceversa. L’uomo ricco di tradizione non può essere preda di alcuna tradizione.

 

Solo a questa condizione il dialogo non è morto. Il dialogo non è fra le tradizioni, ma fra gli uomini capaci di pensiero [proprio come in sede teologica si dice: capax Dei], se del caso.

 

L’habeas corpus è un diritto esercitabile da ogni soggetto nei confronti di qualunque istanza surdeterminante. La tradizione in quanto recepita non criticamente configura una inevitabile surdeterminazione, omo-logazione [" sottomissione ad un logos pre-scritto], ovvero debito ideologico.

 

La io-clastia, ovvero il docetismo è il delitto permanente della storia, che non può essere intesa come recipiente neutro delle teorie più pazze volte ad esautorare il soggetto per ricondurlo ad una qualunque appartenenza/sottomissione necessaria. La storia non è giustificata dalla sua storicità [bando ad ogni storicismo], ma dalla verità che in essa si dà. Il luogo della verità è il rapporto (primum jus), nel quale solo può darsi universo che non sia la solita astrazione patologica o ammucchiata matematica [" insie-mistica]. Che sarà mai un dio surdeterminante!?

 

In quanto la storia sia luogo di questa verità umana, la rivelazione si ritrova a casa propria (in propria venit). Storia, se non è una sfarinata, ineffabile prospettiva, una caotica congerie di cause, inter-azione della necessità, è successione di atti drammatici nei quali i soggetti implicati si rendono riconoscibili. In quanto la rivelazione sia della generazione, allora l’eternità è una storia divina com-posta di atti logicamente successivi e la missione è la definitiva cerniera fra il tempo e l’eternità, laddove, ormai, Dio per sempre è anche uomo. Si tratta della caduta di qualunque cielo mitico, ovvero equivocamente metafisico (il cielo delle cause).

 

L’unità di fides et ratio nella missio si realizza definitivamente ed efficacemente. L’umiltà del mistero in humanis pone la sua gloria e lo Spirito è al servizio della legge definitiva (primum jus humanum et divinum) che lega tutto al Padre in Cristo e quindi in ogni uomo. Regno di Dio, cioè dell’uomo.

 

L’essere risplende sotto il regime di questo jus ed avvizzisce in quanto sottratto ad esso. To kalon o è un totem ossessivo o è la ridondanza della gioia/soddisfazione/concludenza nel rapporto.

 

La bellezza non salva l’uomo, ma è propria dell’uomo salvato. Essa è un indice dell’uomo sano e salvo. È l’indice di una ratio caratterizzata da:

 

-         innocenza,

-         non contraddizione,

-         non ingenuità (ci sono anche altri fattori).

 

Ovvero caratterizzata ancora dal primum jus. Chi altri può essere un Dio affidabile e un uomo sensato?


 

[1] Cf Mt 20, 1ss. .

[2] «Quando Agostino scrive: «ero diventato a me stesso una grande domanda e una terra di grande sudore», pone una questione che costituisce la suprema provocazione della sua stessa libertà. Ed Agostino stesso nota che la libertà è così poco indifferente alla risposta  a quella domanda, che non raramente impedisce alla verità di manifestarsi» (cf Arcivescovo C. Caffarra alla presentazione del libro “Perché la Chiesa” di Luigi Giussani - 19 Febbraio 2005 - Documento rilevato dal sito internet della Diocesi di Bologna).

[3] «Poiché io vi dico: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli. Avete inteso che fu detto agli antichi: Non uccidere; chi avrà ucciso sarà sottoposto a giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio. Chi poi dice al fratello: stupido, sarà sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: pazzo, sarà sottoposto al fuoco della Geenna»(Mt 5, 20-22).

[4] « … Di buono, in questa notizia, c’è che anche il pensiero non omicida, paci-fico, è possibile (anche se resto tra i pochi a pensarlo, con Freud): si tratta della costruzione di un pensiero economico individuale» Cf ContriBlog, 070420,  Li ammazzo tutti e l’economia, in www.studiumcartello.it .

[5] Nel senso di stupore-stupefazione, ovvero Dio come stupefacente universale: oppio del popolo. Da questo punto di vista la religione non è per niente raccomandabile.

[6] H.U.von BALTHASAR, GLORIA, Una estetica teologica, Vol.V, NELLO SPAZIO DELLA METAFISICA: L’EPOCA MODERNA,  Jaca Book, Milano, 1978

[7] In lui si dimostra un’altra volta ciò che si era rivelato già nella storia della chiesa antica quanto al caso Origene-Evagrio: le condanne ecclesiastiche di singole proposizioni estremistiche dei fondatori, perfino la loro messa al bando per l’avvenire, non impediscono la loro molteplice fecondità. Essi improntano categorie di pensiero le quali, consapevolmente o meno, ed influendo esotericamente o anche del tutto scopertamente, determinano i pensatori successivi nelle loro decisioni radicali.