joecondor (J.I.C.) 2000
La
costituzione giuridica, psichica e morale del soggetto umano
nel
pensiero di Giacomo Bernardino Contri.
Possibili
implicazioni teologiche.
Indice
Introduzione
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Per i capp. I e
II (PRIMA e SECONDA PARTE) rimandiamo a
IL PENSIERO DI NATURA – Bigino, testo
presente nel sito.
Terza parte.
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3. |
Possibili implicazioni teologiche. |
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3.1. |
Introduzione. |
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3.2. |
L’essere. |
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3.3. |
Teologicamente. |
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3.3.1. |
Creazione, vocazione, generazione. |
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3.3.2. |
Possibili guadagni teologici derivanti dal “pensiero di
natura”. |
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3.3.2.1. |
Rapporto. |
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3.3.2.2. |
Alleanza. |
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3.3.2.3. |
Libertà |
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3.3.2.4. |
Né trascendenza, né immanenza (né autonomia, né
eteronomia). |
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3.3.3. |
Caro cardo salutis. La rivelazione/redenzione in Gesù Cristo. |
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3.3.4. |
Il “pensiero di Cristo”. |
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3.3.5. |
La fede. |
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3.3.6. |
Freud e il pensiero di natura. |
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4. |
Conclusione |
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Breve nota biografica di G.B.Contri. |
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Bibliografia. |
*****
«Tutta la terra desidera il Suo volto».
Ma la terra non desidera niente,
la realtà non desidera niente.
Dov’è che questo verbo si
applica?
è
nella coscienza dell'uomo, cioè nella coscienza mia.
«Tutta la terra» vuol dire la mia
coscienza,
è la mia coscienza che può
esprimersi in desiderio.
«Tutta la terra» diventa
cosciente di Lui in me.
Preghiera è dunque l'iniziativa che
muove dalla coscienza di Lui...
tutto il lavoro possibile e
immaginabile,
se non compie il lavoro di questa
iniziativa; il resto è sterco!
Tutto si corrompe: quello che
abbiamo nelle mani,
anche la gloria dei nostri nomi
sui giornali, sarebbe vanità!
Tutto è corruzione, se non è
modalità di una parola-preghiera
che si erige molto più nel
profondo.
La coscienza della Sua presenza è
l’iniziativa
cui siamo chiamati ogni mattina,
davanti alla quale,
come le onde si frangono sulla
roccia imperterrita e ineliminabile,
si debbono frangere tutti i nostri
risentimenti, carenze,
peccati, tutto ciò che ci manca o
ci sembra mancare,
tutto ciò di cui mugugna il mondo
e si lamenta il mondo,
cioè noi, quando la nostra vita
non è animata e esaltata
dall’iniziativa di questa
coscienza[1].
*****
INTRODUZIONE.
Quello che viene presentato è un
lavoro, assolutamente parziale e provvisorio, di introduzione al pensiero di Giacomo
Bernardino Contri e della scuola che fa capo a Lui[2].
Occorre pure notare che lo stesso
pensiero di Contri è assimilabile ad un cantiere i cui intensi lavori sono
ancora in corso, non nel senso della provvisorietà di certi risultati che si
possono ritenere acquisiti, ma perché ampiamente passibile di ulteriori
maturazioni e sviluppi.
Abbiamo ravvisato in questo
pensiero un contenuto altamente provocante, originale, per quanto dichiaratamente
debitore all’opera di Sigmund Freud, e con soluzioni nuove a problemi che il
pensiero freudiano aveva abbozzato, impostato, formulato, ma non debitamente
chiarito.
In tutto questo c’entra
indubbiamente la psicoanalisi, ma come caso particolare di un pensiero che punterebbe
ad un orizzonte più vasto.
Si tratta di una filosofia, che il suo autore ama indicare come
“giuridica”.
Abbiamo tentato di vedere se e
come questo pensiero possa rivelarsi utile da un punto di vista teologico. Si
tratta evidentemente di uno schizzo, dati i limiti in cui questa ricerca si
colloca. Ad altri, eventualmente, l’interesse di approfondire e documentare
ogni possibile e fecondo sviluppo.
Per i capp. I e
II (PRIMA e SECONDA PARTE) rimandiamo a IL
PENSIERO DI NATURA – Bigino,
testo presente nel sito.
TERZA parte.
3. POSSIBILI IMPLICAZIONI TEOLOGICHE.
3.1. Introduzione.
Iniziando questa terza parte, a carattere più strettamente teologico, ci troviamo
da subito impegnati con una, non solo preliminare, questione di metodo.
Il pensiero che abbiamo tentato
di delineare in modo sommario, ma preciso, è dotato di una sua precipua
radicalità. Tale è la sua pretesa che, nel paragone con esso, qualunque altro
pensiero, compreso quello metafisico, riceverà un certificato di “sana e
robusta costituzione”, piuttosto che una
cartella clinica che ne indichi la presenza di costrutti di patologia psichica
più o meno manifesti[3].
Non si potrebbe sottrarre a questo esame la stessa “scienza teologica”,
l’esperienza da cui scaturisce e i fondamenti cui si riferisce.
Perché mai questa situazione? Per
una ragione da un lato semplicissima e dall’altro largamente elusa dalla storia
del pensiero in generale, salvo lodevoli eccezioni. La preoccupazione di questo
pensiero è la salvezza/salus del concreto
soggetto umano che ognuno di noi è. Caratteristico di questo pensiero è la tendenziale,
e comunque ideale, coincidenza dei due termini, salute e salvezza.
Questa coincidenza è custodita nella categoria di “guarigione”, che è
dichiarata come fondamentale di questo pensiero.
Categoria di ragion pratica[4]:
in questo sta la difficoltà, la originalità, e anche il cammino alla soluzione.
Qualunque uomo pensante o pensa la guarigione o non sta pensando, ovvero si
inganna con i suoi pensieri.[5]
La parola guarigione scatta dalla
constatata situazione di patologia (peccatum)
in cui versano ordinariamente gli uomini, non attribuibile al semplice limite
umano, ma ad un errore intervenuto nel cammino umano.
Qualunque pensiero dovrà dunque
documentare come sia viziato piuttosto che essersi riscattato (corretto) da
tale errore. In quanto il pensiero non parta dal pensiero della guarigione,
certamente in esso è presente un errore/censura. Nessun pensiero teorico è di
per sé innocente, se non nasce e dipende dal pensiero pratico della
guarigione/salvezza. La sanità
stessa del pensiero della guarigione sta nella confessione di un errore da
emendare, quand’anche non ancora riconosciuto nella sua natura.
è possibile riconoscere o individuare un pensiero sano, precedente
l’errore? Le fonti di questo pensiero, così come Contri le dichiara, sono: il
bambino normale, Gesù Cristo, l’adulto normale[6].
In che cosa consiste questa “normalità”, detta nel linguaggio contriano anche
“pensiero di natura”? In che cosa consiste un pensiero sano? Esso consiste
innanzitutto nel fatto che la prima
evidenza per il Soggetto umano è il
rapporto, vale a dire l’iniziativa di un Altro
soggetto umano che rivolgendosi a lui ne sollecita la risposta in ordine ad una
possibile soddisfazione da ricevere da parte dell’Altro.
Il pensiero nasce dunque
dall’esperienza di un corpo soddisfatto dall’Altro, in cerca di nuova soddisfazione dall’Altro. Il primo pensiero, già maturo, è dunque un pensiero pratico,
immanente ad un rapporto, umano, sano ben s’intende. Per questo la normalità
dimora originalmente nel grembo di quel pensiero pratico di soddisfazione nel
quale tutti gli oggetti “possono” avere un senso, cioè possono essere investiti
dal movimento /iniziativa (senso/direzione) del soggetto. Occorre sempre notare
che l’iniziativa del soggetto è la libera conseguenza della sollecitazione
(iniziativa) di un Altro.
Queste osservazioni pretendono
descrivere un fatto: il pensiero, il primo pensiero è un
pensiero pratico, cioè giuridico; in altre parole: la prima evidenza
è il rapporto, cioè la propria libertà implicata dalla libera iniziativa di un
altro. Per questo il pensiero è una iniziativa (gesto libero) del soggetto in
quanto recepisce, collaborando, l’iniziativa di un altro e in essa coglie
l’essere dell’ente come ereditabile, buono, utile, a condizione di un lavoro da
parte del soggetto. Non esiste ente inutile, se non come rinnegamento da parte
del soggetto dell’offerta di un altro, e quindi come rifiuto al rapporto,
all’iniziativa, al lavoro, e quindi al guadagno, alla soddisfazione[7].
3.2. L’essere. A tale
proposito vorrei offrire alla riflessione una sorta di aforisma un po’ rustico
che risuona come detto popolare in alcune zone del piacentino:
“Se un uomo prende una rosa e la offre a
una donna
e quella donna guarda la rosa e poi la
mangia,
quella non è una donna, ma una vacca”.
Spiegazione semplice, semplice:
1.
Quell’uomo è Dio.
2.
Quella rosa è il mondo.
3.
Quella donna è ogni uomo (donne
comprese).
Ovviamente i filosofi
troverebbero da eccepire, non tanto all’immagine grottesca dell’aforisma,
quanto alla sua spiegazione, almeno in un punto. Non si può paragonare il mondo
a quella rosa, perché esistono gli enti “naturali” e quelli “artefatti”. Quindi
la donna non avrebbe colto il
significato “aggiunto”[8]
alla rosa, intesa come ente naturale. Si potrebbe, eventualmente, trattare il
mondo stesso come quella rosa solo “aggiungendogli” un senso che il mondo, di
per sé, non avrebbe. Non c’è dubbio che una mucca reagirebbe “razionalmente”
mangiando quella rosa, perché la “ratio” della mucca è ciò che noi chiamiamo “istinto”.
Mentre la donna, dotata di ragione, se mangia la rosa lo fa, o perché vuole
scherzare, o perché ha in odio chi gliela offre; in qualunque caso, la rosa non
avrebbe evidenza, cioè realtà[9],
se non all’interno del rapporto.[10]
Né vale l’osservazione, usata
come obiezione, che nell’artefatto si tratta di una convenzione[11]-
non c’è di per sé niente di male- mentre le cose “naturali” non dipendono
dalle convenzioni umane, quindi non si può considerare il mondo come una rosa,
perché non si saprebbe con chi convenzionarsi. Questo ultimo pensiero ci
interessa perché suppone che la convenzione sia arbitraria rispetto al mondo, e
in questo modo rimanda ad altri ambiti il compito di scoprire il significato[12]
del mondo, se mai ce n’è uno. Ci affideremo dunque all’astrofisica piuttosto
che all’etologia, alla metafisica o all’astrologia, magari alle classificazioni
botaniche per stabilire quale sia il significato di questo mondo, come di
questa rosa? O magari cercheremo una risposta nella scienza teologica?
Fra i tanti pensieri e saperi
(Kultur), ce n’è qualcuno sensato che risponda al nostro scopo? E qual è il nostro
scopo? Interrogarsi infatti sul significato di questo mondo implica il
riferimento a qualcosa di normalmente disertato[13]:
il riferimento a sé. Nella diserzione dal rapporto sta il dissolvimento[14]
del soggetto e quindi della realtà. Ma allora, per quanto semplice e strano, il
significato del mondo è una questione relativa al soggetto,[15]cioè
al rapporto[16].
Ovviamente una mucca sembrerebbe non avere di questi problemi. Ma allora chi
stabilirà il significato del mondo?
Chi è competente a risolvere
questo problema? Esattamente chi è competente: il soggetto.
Come si può notare
l’interrogativo non è di tipo teorico, ma pratico, così come la risposta. Se il
mondo non serve a me[17],
a che/chi serve? Come nasce nel soggetto questa domanda, che così com’è
formulata paventa già un inizio di tentazione del pensiero?[18]
La domanda sull’utilità nasce dall’esperienza di ciò che chiameremo fruizione,
soddisfazione, compimento, e quindi competenza del soggetto nel giudizio che
radica in una imputazione esterna[19].
Questa domanda indica già un lavoro competente del soggetto in ordine alla sua
soddisfazione.
Ma insistiamo: come nasce questa
domanda di natura assolutamente pratica?[20]
Nasce da una chiamata
(vocazione/eccitazione) che costituisce la prima esperienza di soddisfazione
del soggetto. Il soggetto viene ingaggiato in un rapporto, cioè ingaggiato in
un lavoro[21].
E l’ingaggio clamorosamente è una questione di soddisfazione. Non è solo dopo,
ma è anche prima[22]
del lavoro: è ciò che rende “pensabile” il mondo/ l’essere. Con rapido schema potremmo
descrivere così il lavoro:
|
ingaggio/soddisfazione lavoro/pensiero soddisfazione
economia/offerta/chiamata domanda risposta/offerta/economia imputazione
competenza imputazione ente
ente
ente giudizio
giudizio
giudizio |
Il lavoro nasce dall’iniziativa
del soggetto competente, conseguente ad una chiamata al lavoro. Senza chiamata
(soddisfazione) il lavoro non è concepibile (pensabile). Senza “utile” [23]
il mondo non è concepibile (pensabile). Ma la stessa chiamata utilizza (rende
utile) il mondo per la soddisfazione. Per questo la parola ente appare in tutti e tre i passaggi, come pure la parola giudizio.
Vale a dire: l’ente nel suo significato non è astraibile dal rapporto nel quale
i soggetti lo rendono utile. Un ente sottratto al rapporto è insensato. Questo
pensiero pratico/giuridico, cioè scaturente dal rapporto è ciò che rende
“pensabile” l’essere. Più profonda della metafisica[24]
è la giuridica per la quale l’essere è giustificato per la sua utilità/utilizzabilità[25].
Concludendo: come la rosa, anche
il mondo “può” (non: deve) essere utile al rapporto. Tutto questo non è
rintracciabile “in natura” (quella delle scienze della natura) e neanche nella
filosofia (quella dell’essere come tale), e neanche nella cultura[26].
Questo “pensiero di natura” è al di là della coppia natura/cultura. Vale a
dire, l’uomo, nel suo corpo (e che altro?) è “al di là” dell’organismo. L’uomo è l’al di là. Solo nell’al di là il mondo è intelligibile, pensabile,
utilizzabile.[27]
Se si dà una metafisica è a partire da quell’al di là che è l’uomo[28].
Quindi se le cose stanno così, il mondo “può” essere una Rosa alla n (Rn) nell’ambito del rapporto
che lo com-prende, lo con-cepisce[29].
In altre parole il mondo può essere la culla[30],
non il grembo dell’uomo. Grembo, se mai, sarà l’atto di imputazione con cui
l’altro si rivolge al soggetto, evocandone la libertà.
3.3. Teologicamente. Il
mondo (creazione) è una iniziativa di Dio nei confronti dell’uomo (cfr. Gn 1-2).
Il mondo (l’essere come Essere e come Ente) non sussiste (non ha ragion
d’essere) al di fuori di una Alleanza[31]. Il mondo è intelligibile in quanto una
Giuridica preceda qualunque Ontologia, costituendola[32].
Senza, per ora, cercare
distinzioni tra Antico e Nuovo Testamento, questo pensiero sembrerebbe omogeneo
(assimilabile e utilizzabile) alla mentalità biblica[33]
più di qualunque metafisica, la quale, in quanto recuperata nel testo biblico,
serve comunque a questa intenzione.[34]
Lo scopo infatti, anche nei testi più “contaminati”[35]
dalla metafisica ellenistica, non è nessuna “dimostrazione dell’esistenza di
Dio”, quanto la lode[36]
(ciò che nel linguaggio del “pensiero di natura” corrisponde al “lavoro”).
Questo non vuol dire che al mondo
manchi qualcosa, ma semplicemente che esso sussiste solo per un surplus capace
di renderlo utile. “Qual vantaggio infatti avrà l’uomo se guadagnerà il mondo
intero, e poi perderà la propria anima? O che cosa l’uomo potrà dare in cambio
della propria anima?”(Mt 17,26). Questo “valore aggiunto” nel linguaggio
biblico può essere, credo, senza problemi, assimilato alla categoria[37]
di Alleanza. Questa è l’intelligenza degli ebrei di fronte a tutti i popoli.[38]
3.3.1. Creazione, vocazione,
generazione. L’uomo non sussiste se non in una relazione[39].
La creazione è funzionale alla vocazione. La vocazione dà luogo alla
generazione. Nella generazione l’uomo con-cepisce[40]
se stesso come chiamato da un altro. Prima di questo l’uomo non si dà[41].
Si può dare fisicità, organismo, corpo animale[42],
ma non uomo. Il desiderio[43]
non è quindi un dato “genetico”, ma il frutto di una chiamata (generato[44]).
Resta aperta una questione non da poco.
Quando un Soggetto (quello che convenzionalmente
chiamiamo Altro) si rivolge, accudendolo, a un bebè appena nato, come fa a
distinguerlo da un cucciolo di giraffa o di coccodrillo, da un albero o da una
pietra? Evidentemente non avrà bisogno dello zoologo o del geologo per operare
questo riconoscimento, altrimenti saremmo nel campo della pura follia,
quand’anche l’apparenza fisica del bebè fosse deforme, per non dire mostruosa,
come a volte accade. L’imputabilità deve essere quindi necessariamente una
...-abilità (una volta si chiamava “potenza”) che l’Altro riconosce al bebè
come soggetto, prima ancora di rivolgersi concretamente a lui. Perché l’Altro
chiami il Soggetto al rapporto, è necessario che l’Altro (soggetto) riconosca
sé come implicato nel rapporto, cioè riconosca l’al di là del corpo umano del
soggetto cui si rivolge come “possibile”[45].
Per questo il soggetto umano non può essere ridotto ad una concezione
biologistica (come talvolta accade nei dibattiti sulla bioetica).
La scienza come tale non è
abilitata a conoscere l’uomo, non è competente[46].
Se la scienza mi permette, con operazione astrattiva, di ipotizzare un “al di
qua” dell’ ”al di là”, cioè di distinguere l’organismo dal corpo umano (che è
la prima evidenza), allora all’ “al di qua” biologico è sempre possibile
attribuire l’ “al di là” umano. Anzi, la scienza biologica ha investigato le condizioni
fisico-biologiche previe alla concezione. Ma quelle due cellule che diventano
uno, non è il biologo come tale a poterle definire come umane, se non in senso
zoologico. è solo un atto umano
(imputazione) a riconoscere quella cellula come un uomo. Il vero problema che
si pone ai biologi (come a chiunque, del resto) non è quindi il fatto di essere
dei buoni biologi, ma il fatto di essere uomini. Solo come uomini sono
competenti a riconoscere quella cellula come un uomo. Né giudici, né politici,
né cittadini, possono nascondersi dietro queste qualifiche per evitare la
responsabilità di dare un giudizio da “uomini”[47].
Nella separabilità fra l’uomo e il biologo[48]
sta un passo non innocente: si chiama perversione[49].
Ma ciò che più ci preme in questo
momento non sono le questioni di bioetica quanto il fatto della imputabilità.
Riconoscere la imputabilità a un uomo ridotto a una cellula, significa
riconoscere il beneficio offerto a me, attraverso quell’uomo, per quanto
incipiente sia la sua presenza nel mondo. Se possibile, potrò un giorno anche
vedere come questo soggetto vorrà rispondermi, facendosi carico della mia imputazione.
Comunque la imputazione implica una risposta, per questo una pietra non è
imputabile, e neanche un cane, mentre non è vero il contrario: attraverso
qualunque ente[50]
io vengo imputato, in quanto implicato in un rapporto. In qualunque caso l’uomo
non può evitare di essere imputato dall’esistenza di qualunque altro uomo[51].
è da notare che l’atto
dell’imputazione comporta una permanenza nel rapporto di chi prende
l’iniziativa: si chiama fedeltà.
A questo punto sembrerebbe di trovarsi di fronte a un paradosso. Come fa un altro (p.es. un feto, non diversamente da uno che passa per strada), che neanche sa della mia e